Penso sia doveroso aprire un dibattito serio sulla inadeguatezza delle risposte oggi adottate attraverso l'uso di psicofarmaci e della psicoterapia tradizionale ai fenomeni di frantumazione e di disagio sempre più diffusi e che si manifestano sia in maniera asintomatica che attraverso vari sintomi (dipendenze da sostanze o da rapporti "forti", disturbi alimentari, attacchi di panico, ansia, depressioni, autismo, iperattività, fino alle psicosi) che evidenziano "il male di vivere", l'insoddisfazione e la incertezza di prospettive specie per le giovani generazioni.

Risposte che tentano di curare l'aspetto sintomatico e superficiale del male, ignorando quasi sempre le cause e una corretta informazione e coinvolgimento nella "cura" (o nel trattamento) sia della persona e sia dei suoi familiari ed accompagnatori.

Credo che oggi, più di ieri, anche la funzione della medicina e dei suoi operatori, in particolare nel campo della psichiatria, sia chiamata in un certo senso a rinnovarsi e recuperare un rapporto con i "pazienti" nell'accompagnarli in un percorso di salute, con i problemi nuovi di una società sempre più complessa ed in profonda ed accellerata mutazione, con la ricerca e la sperimentazione di nuove e più soddisfacenti soluzioni, con la propria passione professionale, superando impostazioni dogmatiche e definitive, di ruoli e di monetizzazione sia nel rapporto con la persona in cura, il "malato", e sia con l'uso farmacologico.
Pur non avendo alcuna competenza particolare, se non una certa generica informazione e letteratura in materia, ma avendo attraversato io stesso una fase della mia vita di grande disagio e sofferenza nel rapporto con me stesso e con gli affetti a me più cari, che mi ha consentito di conoscere il "metodo alla salute" e la ricerca e la sperimentazione sul campo compiuta dal dott. Mariano Loiacono presso il Centro di Medicina Sociale degli OORR di Foggia, credo di poter condividere alcuni principi fondanti e specifici dell'ipotesi di Loiacono, che partendo da una analisi e critica alla psichiatria tradizionale, ne individua i limiti sia negli strumenti di intervento nei confronti delle "patologie", e sia soprattutto nelle modalità d'intervento.
E' in questo contesto fatto di teoria-prassi, che assume particolare significato una metodologia che mira più alla individuazione delle cause piuttosto che delle conseguenze, supera una visione segmentata delle varie espressioni in cui si manifesta il disagio, dalle dipendenze ad altro, introduce le dinamiche come elemento di superamento della dipendenza dagli psicofarmaci o da tecniche tradizionali, nelle quali viene mortificato non solo il ruolo della persona in trattamento (il "malato") ma spesso anche quello dell'operatore-medico-specialista-accompagnatore, rende protagonista e soggetto attivo e relazionale il "paziente" e i suoi familiari-accompagnatori.
Infatti, l'ipotesi e l'esperienza del dott. Loiacono punta sulle dinamiche che si sviluppano nel gruppo (i Gruppi alla Salute), certo anche in maniera spontanea ed imprevedibile, così come spesso la vita ci riserva (le dinamiche di vita), in cui la figura dell'accompagnatore (anche una persona in trattamento che ha maturato competenza ed esperienza attraverso il proprio vissuto e la formazione) fa sì che le persone in trattamento si sentano accolte in un ambiente favorevole ("utero devoto") liberandolo da schemi precostituiti e da ruoli subalterni e dipendenti (dallo "specialista"), passivo e terminale (di cure), di semplice "utente" (il malato), senza diritti all'informazione e alla comprensione su ciò che gli è successo e sul percorso di ricostruzione e rigenerazione della propria identità ed interezza, di un rapporto più intero e vero con se stesso e con gli altri, appunto un percorso "alla salute".
In tal senso, i Gruppi alla Salute possono essere intesi come una "palestra" per meglio comprendere i meccanismi che regolano e condizionano il nostro essere, i nostri rapporti, la nostra vita.
Credo che, come ogni ipotesi innovativa e non tradizionale, specie in questo campo, il "metodo alla salute" meriti di essere approfondita, arricchita da un confronto ed uno scambio sul merito della ricerca e degli obiettivi con altre eventuali esperienze e voci interessate ad osservare ed interpretare in maniera nuova e dinamica i segnali di disagio di tanti uomini, donne, giovani, di una società che sta abbandonando velocemente le vecchie certezze, senza aver ancora approdato a nuovi e più soddisfacenti mete, in cui le stesse tradizionali risposte della scienza, della politica, della fede risultano oggi insufficienti e parziali, specie se prese separatamente ed in contrapposizione l'uno all'altro, sollecitandole ad interrogarsi e spingendole a nuovi ed inediti percorsi.

Mi vengono in mente tanti giovani, anche di fisico robusto, che accompagnati da varie parti d'Italia dai propri familiari al Centro di M.S. di Foggia, dopo tentativi di cure attraverso i presidi ospedalieri o comunità di recupero, si presentavano annientati, azzerati nella loro personalità e nei rapporti con il mondo esterno, incapaci di qualsiasi reazione emotiva o fisica, a causa non solo delle dipendenze dalle droghe, dall'alcool, ecc. ma anche e soprattutto dall'uso prolungato di psicofarmaci.
Per quel che riguarda la mia esperienza diretta, come ho già riferito, ho incominciato a conoscere il "metodo alla salute" circa dieci anni fa, in una fase di grande smarrimento mio a causa di una crisi nel rapporto di coppia, che si stava sempre più deteriorando e i cui segnali mia moglie, Pina, li esprimeva con continui mal di testa e attacchi di panico, col rifiuto di qualsiasi tipo di relazione con me, fino ad una manifestazione di depressione.
All'epoca, eravamo sposati da circa venti anni, con due figli di diciotto e quattordici anni, nel pieno della nostra vita, essendoci sposati giovanissimi.
Un'attività commerciale storica a Foggia, io con un ruolo politico ed istituzionale di rilievo, relazioni sociali importanti, innamoratissimo di mia moglie (nonostante i luoghi comuni) e dei miei due figli, eppure dentro mi spegnevo ogni giorno di più, la notte piangevo e trovavo difficoltà ad addormentarmi, mi sentivo respinto e rifiutato dalla persona che più amavo al mondo senza riuscire a capire il perché, senza capire come e dove sbagliavo. Io che mi pareva di essere marito e padre premuroso ed attento, che avevo sempre collaborato nei lavori domestici e nel crescere i figli; io che essendo figlio delle lotte per i diritti e l'emancipazione dei giovani e delle donne, cercavo di essere coerente con la mia formazione anche nella pratica quotidiana; io che, nonostante i miei evidenti limiti e difetti, comunque ricevevo soddisfazioni e gratificazioni dalla considerazione e dall'apprezzamento nelle relazioni con l'esterno, nell'attività e nei ruoli che svolgevo con senso di responsabilità ed equilibrio.
Pina incominciò a curarsi prima con psicofarmaci, poi con la psicoterapia individuale.
Senza adeguate informazioni e strumenti, io vivevo questa esperienza con un forte senso di frustrazione e di disagio, di impotenza, di senso di colpa: io ero il responsabile del male di mia moglie, io non avevo nessuna possibilità di aiutare la persona che amavo ad affrontare la malattia e guarire.
Percepivo l'allontanamento di Pina da me, anche il rischio del setting individuale, il rapporto antagonistico con lo psicoterapeuta, l'usurpatore del mio ruolo: eppure la necessità di una possibilità di cura e di farla star bene prevaleva. Da un lato non avrei voluto che andasse dallo psicoterapeuta, dall'altro la spingevo ad andare. Il nostro rapporto in questo contesto non poté che deteriorarsi ulteriormente e fummo più volte sul punto di separarci. Inoltre, presi dai nostri problemi, non ci accorgevamo della crescita dei nostri figli e delle loro specifiche esigenze.
Fu allora che, consigliato e sollecitato da un'amica, mi avvicinai al Centro di M.S. dove il dott. Loiacono sperimentava i Gruppi alla salute e spinsi anche Pina a cogliere questa nuova possibilità.
Sono passati ormai quasi dieci anni da allora, la realtà del Centro è di molto cresciuta anche grazie alla collaborazione con l'Università di Urbino e con altre realtà ed esperienze in varie parti d'Italia, tra cui Ancona.
Oggi si presentano al Centro non solo casi di tossicodipendenza o alcooldipendenza, ma anche tante altre manifestazioni di disagio, tra cui anche crisi di coppia, stati depressivi, psicosi.
Le attività che si svolgono, non solo i Gruppi alla salute, coinvolgono donne, mamme e figlie, giovani, studenti universitari, famiglie intere, tutte persone in trattamento e con la voglia di crescere e la curiosità di conoscere, di avere una possibilità in più per vivere meglio ed in armonia con se stessi e con gli altri.
A Mariano Loiacono, come pure naturalmente al dott. Roberto Boldrini che ho avuto la fortuna di conoscere e stimare, va riconosciuta, al di là delle possibili divergenze e non condivisioni di parte della sua teoria e dei suoi sbocchi, un'onestà morale ed intellettuale, una ricerca continua ed un contributo specifico e significativo nel percorso di sperimentazione verso nuove frontiere della psichiatria.
A proposito, a dieci anni di distanza, il mio rapporto con Pina, con molta fatica e pazienza da parte di entrambi, si è ricostruito e rinsaldato. Pina ormai da molto tempo non fa più uso di psicofarmaci; ha riacquistato un certo senso di vivere e di provare emozioni; si è liberata, di comune accordo, da fardelli che la opprimevano ed è impegnata costantemente e caparbiamente in un percorso di crescita e di comprensione, grazie al quale ha acquistato più fiducia in sé stessa e nelle proprie capacità, un buon rapporto innanzitutto con i figli e poi con gli altri. Io sono ancora innamorato di lei e sento di amarla profondamente, nonostante, ribadisco, i luoghi comuni ed i trenta anni di vita insieme, e pur sentendo che ancora oggi c'è qualcosa che non ci fa vivere al massimo la nostra relazione.
Certo, il nostro rapporto oggi è diverso, sicuramente più maturo e meno illuso, credo di poter dire più di qualità e anche più schietto. Inoltre oggi ci accomuna una sfida in più, che è quella di accompagnarci ed accompagnare i nostri figli, vittime anche loro dei nostri disagi, nell'affrontare un percorso alla loro salute.
Mi sento più sereno, non ancora intero, ancora con mille fragilità, però più pronto e consapevole. Ho imparato a non dare più niente di scontato. So che in ogni momento potrei perdere ciò che penso sia mio, acquisito, gli affetti più cari.
Rispetto alla non vita di dieci anni fa, alla sofferenza e al male che eravamo capaci di fare a noi stessi e a farci reciprocamente, vedere Pina oggi che partecipa, gioisce, soffre, piange, scherza, ride, canta, balla, ecc. mi fa star bene e mi da fiducia che anche i momenti più difficili possono essere superati.

OTTAVIO

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